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Omosessualità come Identità Moderna

Alessio Ponzio

L’Uranismo di Ulrichs

A partire del 1864, il giornalista e giurista tedesco Karl Heinrich UIrichs iniziò a scrivere degli opuscoli dedicati alla non conformità sessuale. Inizialmente scrisse utilizzando lo pseudonimo Numa Numantius, ma dal 1867, firmò le sue pubblicazioni con il proprio nome. In quell’anno Ulrichs partecipò alla riunione dell'Associazione dei Giuristi Tedeschi a Monaco di Baviera. In tale occasione, salito sul podio davanti a una platea di più di 500 avvocati, funzionari ed accademici, Ulrichs sostenne la necessità di abrogare tutte le leggi che criminalizzavano i rapporti sessuali tra uomini negli stati della Confederazione Germanica. Il giornalista, che aveva abbandonato la posizione di giudice nel 1854 a causa delle voci sulle sue relazioni con altri uomini, spiegava nel suo discorso che perseguire degli individui semplicemente perché, per natura, erano attratti da persone del loro stesso sesso era un’ingiustizia. Osteggiato dal pubblico presente in aula, Ulrichs fu costretto ad abbandonare il palco.

Ai lettori dei suoi opuscoli – pubblicati fino al 1879, anno in cui si trasferì in Italia – Ulrichs fornì un vocabolario per descriversi, raccontarsi e comprendersi. Egli coniò le parole Urnings - per indicare gli uomini attratti da altri uomini, Urninds - per indicare le donne attratte da altre donne e Dionings - per indicare le persone attratte da individui del genere opposto. Ulrichs creò anche il termine Uranodionings per parlare di coloro che chiameremmo oggi persone bisessuali. Questi termini erano stati ispirati dallo studio della mitologia. La parola Urnings veniva collegata ad Afrodite Urania – nata dai testicoli di Urano, mentre Dionings era legata etimologicamente ad Afrodite Dionea - figlia di Dione e Zeus. Il concetto di non conformità di genere non era ancora chiaramente distinto da quello di non conformità sessuale all’epoca in cui Ulrichs scriveva. Nei suoi opuscoli e nelle sue lettere alla famiglia, informata della sua attrazione verso altri uomini fin dal 1862, Ulrichs parlava di genere e sessualità come fondamentalmente interconnessi. Per lui, Urnings e Urinden erano una sorta di “terzo sesso”: anime femminili confinate nel corpo di un uomo e anime maschili confinate nel corpo di una donna.

 

Una Nuova Parola

Molti termini utilizzati per descrivere comportamenti ed identità sessuali che fanno parte ancora oggi del nostro vocabolario vennero “inventati” a partire dalla seconda metà XIX secolo. Le parole “omosessuale” ed “eterosessuale”, ad esempio, sono registrate per la prima volta in una lettera inviata dal giornalista austro-ungarico Karl Maria Kertbeny a Karl Heinrich UIrichs nel maggio del 1868. La parola “omosessuale” - un termine ibrido che derivava dal greco ὁμός (stesso) e dal latino sexus/sexualis (sesso/sessuale) - si riferiva ad atti erotici compiuti da uomini con uomini e da donne con donne. Mentre la parola “eterosessuale” - anch’essa un termine ibrido formato dalla parola greca ἕτερος (altro) e dal latino sexus/sexualis - si riferiva agli atti erotici di uomini e donne tra loro. Kertbeny considerava l’eterosessualità come “normativa” semplicemente perchè sembrava essere praticata dalla maggioranza della popolazione. L'enfasi sul numero come fondamento della “normalità” segnava una rottura quantitativa con il vecchio standard qualitativo di correttezza sessuale. Kertbeny, non essendo un medico né uno scienziato, puntò alla creazione di un termine moralmente neutro che potesse sostituire parole percepite come più spregiative – ed al tempo ampliamente utilizzate – quali pederastia (dal greco παιδεραστία – amore per i fanciulli) e sodomia (derivante dal nome della città di Sodoma – simbolo biblico di immoralità e peccato).

La sodomia era una categoria criminale e peccaminosa che nell’Europa moderna implicava una vasta serie di comportamenti. Essa comprendeva ogni forma di atto sessuale diversa dalla penetrazione vaginale: contatti oro-genitali e anali, così come contatti sessuali tra persone e animali. A partire dall’Ottocento, sulla scia del positivismo e grazie al lavoro di una nuova schiera di medici e psichiatri particolarmente interessati allo studio della sfera sessuale (sessuologi), diversi comportamenti che fino ad allora erano stati considerati peccaminosi e/o criminali, iniziarono ad essere classificati come patologie che andavano a definire, in qualche modo, l’identità della persona. Nel corso dell’Ottocento la sessualità venne intesa come una questione pubblica e politica, regolata da medici che lavoravano, quasi come agenti dello stato, per garantire la salute e il potere riproduttivo dei cittadini. La sessualità andava studiata, compresa e, se necessario, “normalizzata” per il benessere della collettività.

 

L’Era della Sessuologia

A parere del filosofo francese Michel Foucault, il primo scienziato ad avere concettualizzato l’attrazione tra individui dello stesso genere come un disordine psichiatrico fu Karl Friedrich Otto Westphal in un articolo intitolato Die Konträre Sexualempfindung (La sensazione sessuale contraria) pubblicato nel 1869, un anno dopo l’invenzione da parte di Kertbeny del termine omosessualità. Questa nuova parola acquisì sempre maggiore rilevanza in ambito medico in particolare grazie allo studioso austriaco Richard von Krafft-Ebing. Quest’ultimo diede alle stampe nel 1877 l’articolo Über gewisse Anomalien des Geschlechtstriebs (Su alcune anomalie dell'istinto sessuale) che diede il via alla pubblicazione di altre opere, stampate negli ultimi decenni del XIX secolo, finalizzate alla classificazione dei comportamenti e delle identità sessuali.

L'opera principale di von Krafft-Ebing è Psychopathia Sexualis: Eine Klinisch-Forensische Studie (Psicopatia sessuale: uno studio clinico-forense). Il libro, pubblicato per la prima volta nel 1886, venne costantemente ampliato nelle edizioni successive. L'ultima, pubblicata nel 1903, conteneva un totale di 238 casi focalizzati sullo studio del comportamento sessuale umano. Il libro, pensato come volume di riferimento per psichiatri, medici e giuristi, era scritto in tedesco, ma molti passaggi erano in latino. L'uso di tale lingua aveva lo scopo di scoraggiare lettori non esperti e, soprattutto, di rendere meno comprensibili ad un vasto pubblico i contenuti sessuali più espliciti e potenzialmente “scandalosi.” Tuttavia, il libro era facilmente accessibile ad un bacino di lettori colti particolarmente interessati a leggere di pratiche sessuali “eterodosse.”

Psychopathia Sexualis, tradotta in numerose lingue, divenne uno dei primi testi medici sulla sessualità a raggiungere un elevato numero di vendite. In questo libro, facendo riferimento a casi concreti, von Krafft-Ebing documentò, analizzò e categorizzò un'ampia gamma di pratiche sessuali. Comportamenti sino a quel momento indicati come peccaminosi ed illegali venivano codificati dallo studioso austriaco come innati. Dando un nome alla pratica sessuale e a chi la praticava, e classificando la sessualità non procreativa, il libro di von Krafft-Ebing divenne un compendio delle conoscenze psichiatriche relative alle “perversioni” sessuali. Sessuologi come von Krafft-Ebing iniziarono ad essere invitati ad intervenire nei tribunali come esperti per spiegare le ragioni per cui il comportamento “perverso” di un imputato dovesse essere considerato come patologico piuttosto che criminale.

I termini che venivano utilizzati in libri, articoli e saggi di sessuologia indicavano non solo delle pratiche sessuali, ma anche le identità che tali pratiche definivano. I sessuologi, offrendo al pubblico un nuovo linguaggio, favorirono la costruzione discorsiva di classificazioni ma, soprattutto, di nuove categorie identitarie. Comportamenti e pratiche sessuali, ricostruiti attraverso la raccolta di storie, lettere ed immagini, vennero cristallizzati e indicati come propri di una certa categoria di persone, come caratteristiche di un modo di essere. Le categorie create dai sessuologi permisero a molte persone di autoidentificarsi. Le parole non erano semplicemente parole. Le categorie prodotte da von Krafft-Ebing e dai suoi colleghi produssero discriminazione e patologizzazione, ma queste categorie, questi concetti, questi nomi permisero anche ad un crescente numero di uomini e donne di prendere coscienza di sé.

Nel suo libro dedicato a von Krafft-Ebing e intitolato Stepchildren of Nature, lo storico olandese Harry Oosterhuis ha messo in luce un importante aspetto dell’attività scientifica del sessuologo austriaco. Molti individui, che trovarono i propri comportamenti “categorizzati” nella Psychopathia Sexualis, contattarono von Krafft-Ebing nel corso degli anni. Nelle loro lettere, parlando di sé stessi e della loro vita, cercarono di mostrare la “normalità” dei loro comportamenti. Le teorie relative alle perversioni sessuali erano spesso nate dall’osservazione di persone internate in manicomi e questo, certamente, aveva influito non poco nella costruzione delle categorie descritte da sessuologi e psichiatri. I contatti epistolari di von Krafft-Ebing con persone “mentalmente sane”, istruite ed appartenenti alla sua stessa classe sociale spinsero il sessuologo a rivedere negli ultimi anni della sua vita la sua idea di perversione omosessuale. Secondo Oosterhuis, leggendo le lettere a lui inviate, il sessuologo austriaco iniziò a capire come i “pervertiti” da lui descritti fossero esseri umani con sentimenti ed emozioni. E tale realizzazione portò von Krafft-Ebing ad ammorbidire, in particolar modo, il proprio atteggiamento nei confronti dell’omosessualità indicando come molte relazioni tra persone dello stesso sesso avessero una base emotiva.

La criminalizzazione dell’omosessualità nell’Impero Germanico sin dal maggio del 1871 in base al Paragrafo 175 – che ripeteva quasi alla lettera la legge anti-sodomia introdotta in Prussia nel 1794 – fu una delle ragioni che favorì lo sviluppo della sessuologia medica e forense in ambito tedesco. Ma anche in Italia la sessuologia ebbe un certo seguito negli ultimi anni del XIX secolo. Arrigo Tamassia, all’epoca professore di medicina legale presso l’Università di Pavia, pubblicò nel 1878 nella Rivista Sperimentale di Freniatria un articolo con cui il concetto di “inversione sessuale” veniva introdotto per la prima volta in Italia. La circolazione delle idee di Tamassia avviò il processo di patologizzazione dell’attrazione nei confronti delle persone dello stesso sesso nel nostro paese. Nel 1886 il medico Paolo Mantegazza pubblicò un libro – Gli amori degli uomini – in cui offriva un’analisi antropologica globale dei comportamenti sessuali normativi e non. Una decina di anni dopo, nel 1896, l’antropologo e psichiatra Pasquale Penta pubblicò per un anno la rivista Archivio delle psicopatie sessuali che dava grande spazio alle ricerche e pubblicazioni estere. Tra il 1878 e il 1890 vennero pubblicati in Italia una media di circa tre libri l’anno dedicati a inversione sessuale maschile e femminile.

 

Non Solo Omosessualità Maschile

Tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento la distinzione per noi oggi chiara tra persone omosessuali e persone non conformi dal punto di vista del genere non era ben definita. Solo nel corso degli anni Venti del Novecento il sessuologo tedesco Magnus Hirschfeld, di cui parleremo estesamente in seguito, iniziò ad indicare il seelischer Transsexualismus (transessualismo dell’anima) come chiaramente distinto dall’omosessualità.

Medici e apparati statali erano interessati alla cura e regolamentazione dell’omosessualità maschile poiché essa era vista come particolarmente rischiosa dal punto di vista bellico e riproduttivo. Solo in Austria, Ungheria e Svezia – rispettivamente fino al 1971, 1978 e 1944 – le leggi anti-sodomia erano formulate in un linguaggio “neutro” che consentiva di perseguire anche le donne in caso di comportamenti omosessuali. In tutti gli altri paesi le leggi anti-sodomia erano espressamente focalizzate sugli uomini, patriarcalmente visti come garanti attivi del sistema sociale.

L'omosessualità femminile veniva indicata dai sessuologi con diversi termini: tribadismo, lesbismo e saffismo. Il termine “tribadismo”, utilizzato dal XVII secolo in poi, derivava dal verbo τρίβω (strofinare). Il tribadismo veniva dunque associato alla pratica di alcune donne di “strofinarsi” reciprocamente i genitali esterni. Nel XIX secolo la parola “lesbismo” acquisì la connotazione attuale in seguito all'associazione con la poetessa Saffo di Lesbo la quale aveva scritto poesie d’amore dedicate a giovani donne. Il termine “saffismo”, apparso intorno agli anni Novanta dell’Ottocento, era anch’esso associato alla poetessa greca.

La limitata socialità femminile e la minore libertà di movimento rispetto agli uomini rendeva più difficoltosa – e anche meno visibile – la pratica sessuale lesbica. Le donne non andavano nei bar, non frequentavano club, non avevano luoghi di ritrovo simili agli uomini. Era difficile per molte donne muoversi in città in modo indipendente. Inoltre, esse non utilizzavano spazi pubblici (quali bagni, parchi, teatri, ecc.) dove gli uomini erano soliti recarsi per cercare partner occasionali. Tale limitata visibilità rese il lesbismo meno discusso al di fuori delle cerchie mediche. Solo la diffusione di scandali pubblici nei primi anni del Novecento avrebbe iniziato a stimolare crescenti timori riguardo ad un presunto lesbismo dilagante che avrebbe raggiunto il suo apice negli anni dopo la Prima guerra mondiale e soprattutto a seguito del processo contro Radclyffe Hall per la pubblicazione de Il pozzo della solitudine (1928).

 

Il Potere dello Scandalo


Il lavoro condotto da sessuologi e istituzioni quali il Comitato Scientifico Umanitario, la Lega mondiale per la riforma sessuale e l’Istituto di Ricerca Sessuale di Berlino – di cui parleremo in seguito – giocarono un ruolo essenziale nel rendere sempre più conosciute, tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, la non conformità sessuale e di genere. Tuttavia, un fattore essenziale che favorì la crescente visibilità omosessuale fu l'esplosione di scandali riccamente discussi dalla stampa sensazionalistica. Un esempio eclatante fu il processo contro Oscar Wilde nel 1895 che si concluse con la condanna dello scrittore irlandese a due anni di lavori forzati per “gross indecency” (attività sessuale con altri uomini). Gli articoli giornalistici dedicati a scandali di questo genere accrebbero il panico anti-omosessuale, ma stimolarono anche discussioni pubbliche che permisero di parlare di “perversioni” al di fuori dei gabinetti medici. La stampa, soprattutto quella scandalistica, fece in modo che sempre più persone fossero consapevoli dell’esistenza in particolare di una nuova categoria di individui noti come “omosessuali” e “lesbiche.” Questi termini non sarebbero più stati espressioni gergali note a un numero limitato di esperti ma parole che, col tempo, sarebbero entrate a far parte del linguaggio comune. A partire dalla fine dell’Ottocento, sempre più individui ebbero infatti la possibilità di vedere come questa nuova categoria “omosessualità” – “inventata” da medici e giuristi e sempre più “pubblicizzata” da scrittori e giornalisti – definisse il loro modo di essere, sentire e amare. Le accuse mosse da stampa, medicina, diritto e religione contro “l’amore che non osava dire il suo nome” avrebbero stimolato stigma e ansie sociali, ma anche senso di appartenenza e desiderio di resistenza.

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Anni Sessanta. Dai Balletti Verdi a Lavorini
Alessio Ponzio

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Omosessualità e stigmatizzazione in Italia: scandali, leggi e media 

Anni Sessanta. Dai Balletti Verdi a Lavorini
Alessio Ponzio

Nel 1962 un gruppo milanese – i Peos – incise un brano intitolato Balletti Verdi. Titolo e testo si ispiravano a un recente fatto di cronaca. Nell’ottobre 1960 la stampa italiana aveva dato grande spazio ad un’inchiesta riguardante l’organizzazione nel bresciano di “festini” a sfondo omosessuale dove, secondo i giornalisti, molti minori erano stati indotti alla prostituzione da adulti compiacenti. Nel giro di qualche settimana lo scandalo da locale divenne nazionale. La stampa iniziò a parlare di questa vicenda come lo “scandalo dei balletti verdi”.

La parola “balletto” veniva utilizzata come metafora per indicare la natura sessuale di tale caso, mentre l’aggettivo “verde” veniva impiegato non solo per indicare la giovane età dei ragazzi coinvolti nella vicenda, ma anche per sottolineare la natura omosessuale dello scandalo. Il colore verde, infatti, veniva spesso associato all’omosessualità, richiamo forse a un vezzo di Oscar Wilde, il quale era solito indossare un garofano verde sul bavero della giacca.

Il fatto che lo scandalo fosse scoppiato non in una grande città, bensì in una realtà provinciale, rese la vicenda ancora più accattivante. I “balletti” vennero visti come un chiaro segnale di come l’omosessualità si stesse pericolosamente diffondendo persino in comunità considerate immuni da tali “pratiche”.


 

Asessualità
Redazione

DALL·E 2023-11-29 11.26.40 - An illustrative image showing a diverse group of people gathered in a natural setting, highlighting the theme of asexuality. The scene includes a pers.png

L'asessualità: una sfumatura dell'orientamento sessuale da comprendere e rispettare